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Vigile scelto Martinelli Mario

I VVF in guerra

VIGILE SCELTO MARTINELLI MARIO
L'ultimo pompiere-partigiano

di Claudio DI FRANCESCO






Mario Martinelli classe 1922, lo conosco quasi per caso nel 2002 dopo una ricerca sui vigili del fuoco partigiani. In alcuni documenti ci imbattiamo in quel nome e scopriamo che è venuto in caserma da noi proprio di recente a causa di un intervento, per una fuga di gas, effettuato nella sua abitazione da alcuni nostri colleghi. Lo invitiamo in caserma per un'intervista e per farci avere qualche informazione sul periodo bellico attraversato dal 52° Corpo dei Vigili del Fuoco di Milano. Da quel momento Mario ritorna a essere uno di noi; tuttora “Marietto” viene spesso a trovarci in caserma e s’intrattiene piacevolmente con tutti, partecipa a tutte le nostre feste e cerimonie ed è una presenza discreta e rassicurante. Sovente ricorda la sua vita di allora come pompiere e spesso i suoi ricordi ritornano a quegli anni tristi della guerra:


"Sono entrato nel corpo nel 1940 a soli diciotto anni, indossando quella splendida divisa marroncina in panno. Ero assegnato alla caserma di via Ansperto, sede centrale di allora. Ho subito iniziato a effettuare interventi correndo per tutta la città in autopompa sotto i fischi delle bombe, spegnendo di continuo incendi appiccati dagli spezzoni incendiari lanciati dagli aerei anglo-americani e recuperando corpi travolti dalle macerie o dilaniati dalle bombe. Il lavoro del pompiere era allora molto duro e particolare, soprattutto dal punto di vista psicologico. Volevo però aiutare a tutti i costi coloro che avevano bisogno: per lo più donne sole con figli e marito al fronte o in Africa, o ancora anziani”.

Ma il nostro Mario si è dato da fare anche con l’attività anti-fascista all’interno del comando: aiutando, nascondendo e facendo fuggire diversi soldati alleati in Svizzera. Mario ricorda spesso che si serviva delle Ferrovie Nord Milano per trasportare i soldati alleati travestiti da pompieri oltre confine, anche rischiando in prima persona la sua vita.

“Dopo un primo periodo di occultamento i soldati erano accompagnati oltre confine nel momento propizio: approfittando di un allentamento della sorveglianza e dei controlli in città. Spesso viaggiavamo sulle carrozze delle Ferrovie Nord Milano. Il mio amico era vestito da pompiere come me, ma non poteva parlare perché non conosceva la lingua ed io dovevo evitare ci fosse l’occasione per farlo. Credo che moltissime volte i controllori delle ferrovie si siano accorti di qualcosa che non andava, ma che ci abbiano aiutati facendo finta di nulla: con dentoni bianchi, le mascelle quadrate e con capelli spesso tendenti al rossiccio i “fuggiaschi” non erano propriamente lo stereotipo dell’italiano medio".

Diversi pompieri come Mario in quel periodo facevano attività anti-fascista in un clima non facile: in caserma si doveva stare attenti a cosa si diceva, a come e con chi si parlava. Esistevano anche colleghi fedeli al regime (ulteriori problemi), spie e delatori, poi, non si contavano. Dalla sua parte però Mario aveva l’appoggio e l’aiuto dell’allora comandante Antonio Tosi.

“Il Comandante Tosi era una persona eccezionale e per tutti i vigili del fuoco ha avuto un ruolo determinante durante il periodo bellico: ha aiutato tanti colleghi che, per un verso o per l'altro, erano nei pasticci a causa della loro attività anti-fascista. Con lui ho attraversato momenti terribili. Ricordo che il suo più grosso rammarico fu di non essere riuscito a salvare dalla morte, nel gennaio del ’45, l’ingegner Moschettini detenuto nel campo di concentramento di Mauthausen”.

Un’altra persona importante nella vita di Martinelli è stato un sacerdote, il cappellano del 52° Corpo di Milano “Don Armando Lazzaroni”, con il quale ha collaborato aiutando moltissimi ebrei oltre che vari soldati alleati (spesso paracadutisti) a nascondersi e poi fuggire.

“Con Don Armando Lazzaroni si era deciso di utilizzare come base di appoggio e nascondiglio per i fuggiaschi la chiesa di mattoni rossi di viale Sarca, all’angolo con via Giuseppe La Farina. Lì venivano portati e nascosti i nostri ospiti in attesa di poterli trasferire in Svizzera con la collaborazione dei colleghi di Como.
In quel rifugio, a giorni alterni, portavo i pasti per tutte quelle persone; razioni che, insieme con altri colleghi e compagni, recuperavamo dalle varie mense con stratagemmi sempre più fantasiosi. Insieme a noi collaborava per la riuscita delle varie missioni anche una donna: Anna, la figlia del Comandante Tosi. Poco più che ventenne Anna conosceva perfettamente l’inglese. Si accordava e dava istruzioni ai soldati inglesi che dovevano fuggire, spiegando nei dettagli quale fosse il piano e come muoversi, quindi m’informava sulle richieste di questi ultimi, facendomi da traduttrice. Spesso, fingendoci fidanzati, ci muovevamo insieme in bicicletta a Milano per portare messaggi o procurare i pasti, sfidando la stretta sorveglianza delle varie bande fasciste che si erano formate in città. Ricordo ancora con terrore i brividi che mi correvano lungo la schiena quando incrociavamo i fascisti della
Banda Muti, quelli della Banda Koch o dell’ Aldo Resega, erano i gruppi più feroci che militavano a Milano.”

E proprio nelle mani di uno di questi gruppi, la famigerata banda capitanata da Pietro Koch, Mario finisce un giorno, forse tradito da qualche collega, li conosce la brutalità e la bestialità che si consumava nella famosa e temuta Villa Triste.

“Quel giorno ero insieme ad alcuni compagni e all’ingegner Moschettini. Non ricordo cosa stessimo facendo, ma a un tratto si avvicinarono delle persone che afferrarono Moschettini trascinandolo via. Immediatamente io e il mio compagno Roveda Osvaldo interveniamo per cercare di fermare quelle persone, ma uno di loro mi punta una pistola alla tempia e mi fa salire in auto insieme a Roveda. Durante il tragitto sono picchiato duramente, non posso dire nulla e anche loro non dicono nulla “picchiano e basta”. Dopo questo trattamento vengo fatto scendere dall’auto e mi rendo immediatamente conto di essere in via Paolo Uccello davanti a Vitta Triste".
Lì siamo trascinati dentro e chiusi in una stanza nel seminterrato, pieni di sangue per le percosse ricevute, insieme ad altre persone. Eravamo circa una ventina, tutti impauriti soprattutto perché da quella cella udivamo perfettamente cosa accadeva sopra le nostre teste, nelle camere degli interrogatori: urla, colpi, pianti. Naturalmente arriva anche il mio momento e quello di Roveda. Prendono per primo me, mi portano in una camera buia, scorgo almeno tre persone sul fondo, poi viene accesa una potente lampada che mi puntano in faccia. Senza farmi alcuna domanda incominciano nuovamente a picchiarmi: sono pugni in viso e calci nei fianchi. Dapprima sono seduto su di una sedia ma ben presto cado a terra sotto quei colpi. Incominciano a chiedermi nomi e informazioni sui miei complici in caserma. Io naturalmente non dico nulla e loro rincarano la dose. Non ricordo quanto sia durato l'interrogatorio, so solo che l’ho vissuto come lunghissimo. Vengo anche afferrato per mani e piedi e lanciato in aria, poi ricado rovinosamente su una sedia messa prontamente sotto il mio corpo. Seguono poi ancora schiaffi, pugni, calci e grida nelle orecchie con domande sempre più incalzanti. Rimango prigioniero di Villa Triste e dei suoi aguzzini per una settimana, chiuso in quella stanza con altre persone doloranti, uomini e donne, alle quali erano riservati tipi di trattamenti… forse anche più dolorosi dei miei. Il tempo non passa mai, siamo tutti ammassati sulle pareti, nessuno dice niente per paura di spie e per non tradirsi. Trascorsa una settimana, nella quale si susseguono altri interrogatori, sono rilasciato e mi restituiscono i documenti sequestrati all’ingresso. Ma prima di congedarmi mi prendono le mani, me le bloccano su un tavolaccio e con un martello o qualcosa di simile mi pestano con violenza le dita, facendomi in seguito perdere tutte le unghie. Non mi considero partigiano ma solo una persona che ha aiutato il prossimo, perché non mi sono mai interessato di politica, anche se quella non era politica, ma sola guerra e crudeltà”.



Per me invece Mario è stato un vero partigiano e un eroe. Persone come lui non esistono più. Mi spiace che di quel periodo sia l’unico pompiere milanese ancora in vita. A volte, nei suoi racconti, ricorda tutti i suoi compagni per nome e cognome e sempre, dopo averne nominato uno, con gli occhi lucidi conclude… “anche lui è morto…” Naturalmente il nostro vigile scelto vive anche il dopoguerra in caserma e ricorda diversi momenti spensierati. Mi racconta d’interventi effettuati con autopompe e mezzi a me sconosciuti come il leggendario Barbarigo, che doveva essere un automezzo con un particolare verricello da recupero.

“Eravamo una grande famiglia allora e si passava insieme un sacco di tempo. I turni erano di ventiquattr’ore e nelle altre ventiquattro, di tempo libero, in parte eri assegnato ai servizi di vigilanza. Le ferie erano poche e anche quando c’erano, non avevi le possibilità per godertele, e perciò dico che eravamo una grande famiglia: perché passando davvero tanto tempo insieme, crescevamo insieme e ognuno di noi viveva le gioie e i drammi dell’altro. Ci si aiutava comunque e sempre come veri amici e anche con i nostri superiori il rapporto era confidenziale”.

Mario si congeda dal Corpo nel 1965 a seguito di problemi alla spina dorsale dovuti a un incidente sul lavoro; racconta, infatti, che durante un addestramento gli cadde addosso un pezzo della scala italiana che lo colpì in modo violento compromettendo per sempre la sua salute e la sua carriera.

A volte il nostro Mario fatica a ricordare alcuni eventi, non tanto perché lontani ma probabilmente perché talmente tristi che preferisce non parlarne; infatti, regolarmente mi liquida con un garbato "non ricordo" e devia su argomenti più leggeri.
Ripenso ai miei capireparto e capisquadra che si sono succeduti negli anni di lavoro, ai tanti colleghi “di fuori” che sono passati da Milano. In vent’anni di carriera ho conosciuto tante persone che mi hanno lasciato piacevoli ricordi, insegnamenti, lezioni di vita, dimostrazioni di amicizia… ma Mario, con il quale non sono mai uscito insieme sull’autopompa per spegnere incendi, è il pompiere più “speciale” che abbia mai incontrato tra noi.




Qui puoi trovare altre curiosità su
Mario Martinelli
clicca sulle foto qui sotto









Puoi trovare altre informazioni su Villa Triste scaricando il libro
"La Banda Koch a Milano" scritto e stampato nel 1945 da Giovanni Memo, dove compariono i nomi di Mario Martinelli e Osvaldo Roveda.
clicca sulla copertina qui a sotto





Sotto alcune immagini passate e recenti di Mario Martinelli.



Martinelli posa davanti a una pompa a vapore.

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