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Il giorno della vergogna

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IL GIORNO DELLA VERGOGNA
Milano 12 dicembre, piazza Fontana...

di Roberto VILLA







Foto: Copyright Corriere della Sera


Sono passati trentatrè anni da quel tragico pomeriggio e con lo scorrere del tempo i ricordi si sono fatti più sfumati, lontani, ma certamente non mi sarà possibile dimenticare quel giorno d'inverno.
All'epoca avevo ventiquattro anni, da quattro ero entrato, finalmente, a far parte del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco: il mio sogno! Avevo già prestato servizio nel Corpo per diciotto mesi come ausiliario e, successivamente, con la qualifica di Vigile Temporaneo, ma ora ero un Vigile del Fuoco a tutti gli effetti e questo mi inorgogliva ancor di più.
Questa scelta mi era costata molto; i rapporti con mio padre (uomo intransigente ed autoritario), decisamente contrario alla mia scelta, si erano interrotti (anche se, attraverso mia madre che non aveva per un solo momento abbandonato l'idea di una riappacificazione, teneva ad essere informato su quanto facevo e, soprattutto su come stavo). Dopo pochi anni di quella che si può definire la classica "gavetta", avevo raggiunto quello che per noi giovani autisti era il sogno da coronare … condurre mezzi di primo soccorso. Ripensando a mio padre e alla sua cocciutaggine, ogni tanto mi domandavo se la scelta fatta era quella giusta, ma poi il pensiero della "missione" scelta, lo spirito di corpo e la consapevolezza di essere d'aiuto a chiunque si fosse trovato in pericolo, rafforzavano in me la certezza di non aver sbagliato e di aver optato per una giusta causa ed ero certo che, prima o poi, anche papà se ne sarebbe reso conto.

Avevo dovuto abituarmi presto a quello che il nostro lavoro non ci risparmiava: il contatto con la sofferenza, le tragedie, la morte! Incidenti stradali, crolli, suicidi, calamità naturali. Spesso la nostra opera si risolveva nel recuperare ciò che poco prima era stato un nostro simile.
In più occasioni, da ausiliario e temporaneo ero intervenuto su incidenti stradali o di lavoro per il recupero di corpi esanimi e molto spesso devastati e posso garantire che all'inizio risultava difficile farsene una ragione perché spesso ci si dimentica che "la signora con la falce" non guarda in faccia a nessuno, giovani, anziani, donne, bambini, per lei non fa nessuna differenza!
Ciononostante ci sono situazioni che, per quanto dura e collaudata possa essere una persona, rimangono vive nello spirito, che segnano, che segnano profondamente e che ci si porta dentro per tutta la vita per tutta la vita, e anche se ne parliamo poco e raramente; esse ti seguiranno per sempre nella memoria. Per me, una di queste situazioni ha un nome scolpito a chiare lettere: Piazza Fontana!


Foto: Copyright Corriere della Sera


La giornata, quasi invernale, era una di quelle che solo a Milano si possono trovare; un sole pallido, quasi timido tentava di bucare la nebbia, non il solito "nebbione", ma quella foschia, umida, che preannunciava il vero e proprio inverno lungo e rigido.
In città si respirava già l'atmosfera natalizia; e per le vie del centro si potevano incontrare persone indaffarate a scegliere regali per l'imminente festività; le strade e i negozi erano addobbati con giochi di luci e ghirlande. Natale era alle porte e Milano, come ogni anno, era già pronta ad accoglierlo con gioiosa allegria.
Alle nove, come ogni mattina, all'adunata, l'aiutante (il sottufficiale che giornalmente sovrintendeva all'andamento del servizio in caserma) aveva letto i nomi dei presenti e assegnato le rispettive mansioni. Io e la mia squadra, la "Uno", eravamo di "prima", vale a dire l'equipaggio che in primis, interviene ad ogni richiesta che perviene al centralino della sede Centrale.
Il capo convoglio era il brigadiere P….., il conducente io e il resto della squadra formata dai vigili Pierluigi, Pierangelo, Vincenzo, Giuseppe e Romeo

Il mio primo compito come autista, consisteva nel controllare che l'autopompa assegnata alla squadra fosse perfettamente efficiente (quel giorno, la n°12); avviato il motore provavo la sirena e i fari blu, controllavo il livello di carburante nel serbatoio e quello dell'acqua nella botte, infine, insieme agli altri componenti della squadra, si faceva un controllo di tutto il materiale in dotazione al veicolo e indispensabile per operare al meglio in ogni tipo d'intervento.

Il tempo scorreva relativamente tranquillo e come tanti altri giorni, in caserma si svolgevano quelle che noi chiamavamo mansioni ausiliarie (la carenza cronica di personale faceva sì che anche chi comandato di "partenza", nell'attesa eseguisse altri lavori), sempre con l'orecchio teso: le campane che annunciavano un'uscita di soccorso potevano suonare in qualsiasi momento!
La mattina di quel venerdì ci furono solo un paio di chiamate di scarsa importanza, il resto del tempo si ingannava, tra un lavoro e l'altro anche scherzando; all'infuori dei graduati eravamo tutti poco più che ventenni, con mentalità da ventenni e con la voglia naturale di divertirsi che caratterizza questa età. Alcuni di noi, se pur giovani, si erano da poco sposati dopo aver ottenuto il permesso dal ministero, perché all'epoca in quanto organo dello Stato, si poteva contrarre matrimonio solo dopo i debiti controlli e naturalmente subivano gli amichevoli lazzi dei compagni ancora scapoli; nella bella stagione non era raro incappare in qualche "gavettone", oppure dover cercare disperatamente qualche indumento nascosto sapientemente dove mai e poi mai si sarebbe cercato. Tutto questo, però faceva sì che la nostra fosse come una grande famiglia, unita e compatta dove si conoscevano le mogli e le fidanzate dei colleghi ed ognuno di noi era al corrente delle preoccupazioni degli uni e degli altri, sempre pronti a qualsiasi tipo d'aiuto. Spesso, quando liberi dal servizio ci si trovava con le rispettive compagne a passare le serate o le festività.
I turni a quel tempo erano di ventiquattro ore continuative non senza straordinari e due sere su tre si era di sorveglianza nei locali di pubblico spettacolo, quindi di spazio per la nostra vita privata ve ne era ben poco ma a noi stava bene così e anche alle nostre compagne che nonostante tutto ci avevano scelto.
Nel pomeriggio di quella giornata, verso le sedici e trenta, ecco la campana!: tre suoni corti, tre lunghi, tre corti: era per noi! In sala ricreazione, con il solito coro di " vai, che sei solo!" o "vi aspettiamo per cena!", mentre abbracciato al palo di discesa scendevo velocemente verso la rimessa, mi auguravo fosse una delle tante chiamate da poco, un principio d'incendio, qualcuno rimasto chiuso in ascensore, qualche rubinetto lasciato aperto ...
Al cancello d'uscita, Danilo, uno dei colleghi centralinisti, mentre consegnava il cartellino con il percorso, aveva anticipato che probabilmente si trattava di un crollo: per il momento non si avevano altri particolari.
- In piazza Fontana si era verificato un crollo; questo significava probabilmente feriti, forse qualcuno attendeva con ansia chi gli portasse aiuto - Silenziosamente, mentre a sirena spiegata seguivo le indicazioni sul percorso che mi leggeva il capo, i colleghi indossavano l'attrezzatura: elmo, giubba, picozzino.
Giunti al Monumentale, la radio di bordo aveva comunicato che si trattava di uno scoppio, forse una bombola di gas.
Il traffico, come sempre a quell'ora del pomeriggio era molto intenso, a fatica riuscivo ad aprirmi un varco attraverso la marea di veicoli; per evitare di rimanere imbottigliato avevo imboccato la via Ceresio, deviando dal percorso assegnato. La circolazione era leggermente più fluida e la nostra gimcana fra le vetture ci avrebbe fatto giungere sul sinistro qualche minuto prima. All'interno dell'autopompa nessuno parlava, tranne il capo per dare indicazioni su come intervenire al meglio. Ad un tratto, dalla radio, una voce concitata, convulsa, invocava a più riprese l'invio urgente di autoambulanze, tante autoambulanze: c'erano morti e feriti!


Foto: Copyright Corriere della Sera


Giunto ai bastioni di P.ta Volta avevo istintivamente alzato lo sguardo verso le finestre di casa mia, quella casa dove avevo trascorso gli anni dell'infanzia, dove c'era la mia famiglia; mia mamma mi ripeteva sempre che quando sentiva passare una sirena si augurava che non fossi mai io, chissà se anche in quel momento stava pensando a me; me lo augurai.
In p.zza della Repubblica il traffico era intenso, ormai senza altre indicazioni sul percorso da seguire guidavo a "vista", la zona mi era familiare, le strade conosciute, una volta giunti ai bastioni di P.ta Venezia il caos di veicoli sarebbe diminuito.
Nel frattempo, dalla radio continuavano le richieste di mezzi di soccorso, la centrale operativa rassicurava che questi erano già stati inviati ed erano per strada ma per i colleghi della lettiga di via Ansperto, il primo mezzo giunto sul posto, i minuti parevano ore.
In C.so Europa la marea di macchine, moto, furgoni ci aveva bloccato; faticosamente il nostro mezzo e le ambulanze giunte nel frattempo, si aprivano la strada lentamente a colpi di clacson o di sirena, metro dopo metro. Sotto i portici, persone, fino a poco prima intente a guardare vetrine illuminate e a passeggiare, correvano verso la piazza; a distanza si potevano vedere molti lampeggianti blu, anche le agili vetture di carabinieri e polizia stavano lottando contro il nostro stesso ostacolo: il traffico.
Ecco la "fontana", l'ultimo tratto lo avevo percorso a passo d'uomo, contromano, tra la folla che si accalcava per vedere cosa fosse avvenuto. Davanti alla "Banca dell'Agricoltura" erano già presenti alcune autoambulanze i cui portantini stavano caricando i feriti velocemente; i meno gravi seduti sul pavimento a fianco dei lettini occupati dai più gravi.
Sul bordo del marciapiede, a qualche metro di distanza dall'ingresso della banca, un uomo, seduto seminudo; non urlava, non si agitava, chiedeva aiuto guardandosi le gambe: la sinistra era troncata alla coscia!


Foto: Copyright Corriere della Sera


Scesi dall'autopompa, la squadra era entrata nei locali devastati dall'esplosione mentre io aiutavo a caricare sulla barella l'uomo del marciapiede. L'atmosfera era carica di tensione; ormai era certo: a provocare quella carneficina era stata una bomba!
All'interno della banca uno spettacolo raccapricciante; corpi mutilati, invocazioni di aiuto, ordini impartiti bruscamente. Entrato a mia volta per raggiungere i compagni, ero scivolato su dei vetri infranti e caduto su una pozza di sangue; al centro del locale, nel pavimento, il buco provocato dall'esplosione dove era stata collocata la bomba, il lungo bancone di legno era stato scaraventato contro una parete, come fosse stato di carta; dietro, molte ore più tardi, avremmo trovato resti umani.

Uscito un momento da quell'inferno mi ero accorto che le mie mani tremavano e che, a dispetto del freddo, stavo sudando copiosamente. Anche sul volto di un carabiniere più o meno della mia stessa età, a cui mi ero rivolto per avere maggiori dettagli sulla dinamica dell'esplosione, leggevo sul volto lo sgomento e l'incredulità per ciò che era successo. Non sapevamo ancora che quel giorno avrebbe segnato l'inizio della strategia della tensione.


Foto: Copyright Corriere della Sera


Ognuno di noi reagiva a quella tragedia secondo il proprio stato d'animo. Il vigile R…, bresciano, di poche parole ed instancabile non si fermava un momento, raccoglieva i corpi delle vittime quasi con distacco (come avrebbe dovuto essere), aiutava a disporli uno accanto all'altro senza battere ciglio; l'amico Romeo, scosso quanto me; incrociandoci scambiavamo poche parole scuotendo mestamente il capo. Il vigile E….., quasi sconvolto, sensibile, non si dava pace per quello che vedeva… il brigadiere P…., con l'esperienza maturata in lunghi anni di servizio ci indicava cosa fare e come farlo, la sua tranquilla efficacia ci era d'aiuto e ci spronava a continuare.
Pensando ai racconti degli "anziani" durante gli anni terribili della guerra, il duro lavoro di recupero delle vittime dei bombardamenti, al brigadiere B………che ci aveva raccontato il suo intervento dopo il bombardamento della scuola di Gorla, mi domandavo se anche loro avessero provato quello che provavo io in quei momenti nel guardare quei poveri resti che poche ore prima appartenevano a uomini come noi con il loro piccolo mondo di sentimenti, di paure, di speranze e ora tutto finito, solo corpi disarticolati e mutilati.

La nausea e la rabbia prendevano il sopravvento e i nostri sguardi correvano da uno all'altro quasi non riconoscendoci

Da un bar vicino avevano portato una bottiglia di cognac; quando la nausea e la rabbia prendevano il sopravvento; quando i nostri sguardi correvano da uno all'altro pieni di tristezza, guardando quei poveri corpi coperti, lì, dove avevano trovato il loro tragico destino (i feriti erano stati tutti soccorsi). Per evitare la nausea e farci forza in mezzo a quella carneficina, ingollavamo qualche sorso di cognac che ci avevano portato da un bar vicino e continuavamo la pietosa opera di ricerca di resti umani e membra dilaniate.
Quel giorno era per sempre cambiato qualcosa: quel 12 dicembre avevamo visto e vissuto il lato più crudele della vita.
Il bilancio risultava pesante e tragico, 16 morti e oltre 80 feriti; inoltre, la vettura comando, con a bordo l'ufficiale di giornata e guidata dal brigadiere A….., diretta sul luogo del sinistro, aveva avuto un incidente stradale; anche lì una vittima.
Mentre spostavo detriti, vetri infranti, cassetti rovesciati, pensavo a tutti gli interventi a cui avevo preso parte, a come mi ero sentito orgoglioso di prendervi parte, ed ora, invece, come avrei voluto essere lontano!

Erano passate più di due ore dal momento del nostro arrivo e lo shock iniziale aveva lasciato posto ad una profonda tristezza, ad una incontenibile voglia di allontanarsi da quel posto, tornare alla solita, rassicurante, monotona normalità.
Ormai tutto quello che si poteva e si doveva fare era stato fatto, ci si aggirava in quella devastazione alla ricerca di qualcosa che potesse essere sfuggito nella confusione iniziale; il brigadiere B…….. aveva chiesto il mio aiuto per spostare il lungo banco di legno che l'esplosione aveva lanciato contro la parete e dietro lo spettacolo raccapricciante di un cranio dilaniato completamente staccato dal corpo della vittima.
Durante tutte quelle ore avevamo scambiato solo poche parole; all'inizio non ce ne era stato il tempo e dopo ne era mancata la voglia, ma le poche frasi sussurrate a bassa voce esprimevano il nostro stato d'animo: pena per tutti quei morti e rabbia per un'azione deliberatamente voluta e criminale (gli anni successivi ci avrebbero abituato a convivere con eventi simili!).

Il rientro in caserma era avvenuto mestamente e in silenzio, finalmente ci stavamo allontanando da quel luogo di sangue e disperazione ma dimenticare sarebbe stato impossibile. I giorni successivi, alle domande dei colleghi non intervenuti, rispondevo brevemente senza scendere in particolari, le urla, le invocazioni, i pianti non mi abbandonavano; la notte faticavo ad addormentarmi e durante il sonno spesso mi svegliavo di soprassalto.
Ci sarebbe voluto tempo perchè quegli incubi non tornassero. Ancora oggi, a distanza di così tanto tempo, quando mi capita di passare in piazza Fontana il ricordo torna inevitabilmente a quel terribile, tragico venerdì, dodici dicembre.


Foto: Copyright Corriere della Sera




Il racconto è pubblicato nel volume di Ivana Angelica Pozzessere "Noi Vigili del Fuoco" edito da Gianni Iuculano editore 2007

La strage di piazza Fontana fu conseguenza di un grave attentato terroristico compiuto il 12 dicembre 1969 nel centro di Milano. L'esplosione avvenne il 12 dicembre 1969 alle ore 16:37[2]: una bomba scoppiò nella sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura in piazza Fontana, uccidendo diciassette persone (quattordici sul colpo) e ferendone altre ottantotto. Nei primi attimi dopo l'attentato non ci si rese conto della reale natura della deflagrazione, tant'è che si diffuse la notizia non dello scoppio di una bomba, bensì quella dell'esplosione della caldaia della banca stessa. Le successive esplosioni e i segni evidenti dello scoppio di un ordigno tuttavia smentirono quasi subito le prime voci circolate e misero i milanesi e il resto del Paese davanti alla tragica realtà dei fatti. L'ordigno fu collocato in modo da provocare il massimo numero di vittime: sotto il tavolo al centro del salone riservato alla clientela, di fronte all'emiciclo degli sportelli. La potenza dell'esplosione è testimoniata dagli effetti distruttivi sui locali devastati.

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