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La tragica esperienza del VCR Eugenio Esposito

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LA TRAGICA ESPERIENZA DEL VICE CAPO REPARTO EUGENIO ESPOSITO

di Roberto VILLA









Nei duecento anni, appena trascorsi, la storia degli zappatori-pompieri, dei Civici Pompieri e dei Vigili del Fuoco di Milano è sempre stata costellata da atti di coraggio e di eroismo, a volte dimenticati.
Il Corpo ha attraversato momenti drammatici, oltre alle conseguenze stesse del servizio, anche durante periodi di cambiamenti sociali e politici.
Dalle Cinque Giornate di Milano del 1848, allo scioglimento del Corpo nel 1922, alla Seconda Guerra Mondiale.
In questo ultimo, più recente e drammatico periodo, i Vigili del Fuoco milanesi si sono trovati a combattere su due fronti; quello proprio del servizio e quello, molto più pericoloso e tragico contro la dittatura nazifascista.
In quest'ultima lotta molti giovani Vigili hanno perduto la vita, altri hanno rischiato di perderla e altri ancora hanno subito esperienze drammatiche e devastanti.
Uno di questi casi riguarda il Vice Capo Reparto Eugenio Esposito.
Durante gli anni passati presso il Comando di Milano, ho avuto l'onore di conoscerlo e di diventare suo amico; ma delle sue passate esperienze, devo dire che in realtà solo dopo molti, molti anni sono venuto a conoscenza dalla sua stessa voce. Spiegare brevemente la sua storia non è facile ma per ricordarlo degnamente cercherò di fare del mio meglio.
Nato a Milano il 21/05/1925 ed entrato nel Corpo a diciotto anni, l'8 settembre 1943, con l'armistizio, lo scioglimento dell'esercito, la totale dominazione tedesca in Italia e la rinascita del fascismo con la famigerata Repubblica Sociale, fu sua naturale scelta come antifascista lasciare il Corpo e formare, con altri compagni, una formazione S.A.P. (Squadre di Azione Patriottica).
Forse a causa di una delazione, il 10 gennaio 1944 fu arrestato dai carabinieri come renitente alla leva è arruolato di forza nell'esercito "repubblichino". La permanenza a Milano fu però di breve durata, venne, infatti, trasferito a Bassano del Grappa in una compagnia tedesca della "Flak" (contraerea tedesca); subito cercò di mettersi in contatto con gruppi di resistenti e avendo conosciuto un membro di una cellula comunista della zona, con lui incominciò a portare aiuti ai gruppi partigiani operanti sulle montagne vicine.
Un pomeriggio venne a sapere che la sera sarebbe stato di guardia ad un magazzino di salmerie tedesco; avvisò il suo contatto consigliandolo di presentarsi con automezzi adatti al carico di materiali. Possiamo solo immaginare con quale tensione, durante il turno attendesse l'arrivo dei compagni, ma finalmente l'attesa finì e il bottino destinato ai partigiani fu notevole: 600 paia di scarponi e 500 uniformi tedesche.
Naturalmente la mattina seguente, indossata una divisa da alpino in precedenza preparata, uscì dalla caserma facendo perdere le tracce e nascondendosi per cinque giorni.
Con documenti falsi riuscì a tornare a Milano il 15 luglio, trovando la città piena di tedeschi e fascisti (il 1944 fu l'anno più tragico e sanguinoso della repressione nazifascista), con un compagno decisero di aggregarsi ad una formazione dell'Oltrepò pavese, il 31 luglio fu fissata come data della partenza; ma il compagno si rivelò una spia, infatti alle 10 del mattino si presentarono tre poliziotti ed Eugenio e il padre Andrea (anche lui appartenente al Comitato Clandestino della Barona) furono arrestati e condotti in via Copernico sede dell'U.P.I. (Ufficio Politico Investigativo). Seguirono giorni di duri interrogatori e violenze fisiche per costringere i prigionieri a confessare i nomi dei compagni, ma senza risultato!
Dopo un ultimo e infruttuoso interrogatorio furono avviati alle carceri di San Vittore.
Il 9 agosto 1944 fu emanata la sentenza per un attentato (mai chiarito) avvenuto in via Tonale ad un camion tedesco: Condanna a morte per venticinque detenuti antifascisti!
All'alba della mattina successiva, quindici dei venticinque condannati furono portati in P.le Loreto e, alle 5,45 fucilati da un plotone di militi della Brigata nera Ettore Muti al comando del capitano Pasquale Cardella. I fascisti avevano eseguito l'ordine del capo della Gestapo di Milano Theodor Emil Saevecke (condannato all'ergastolo dal Tribunale Militare di Torino solo il 9 giugno 1999).
Eugenio e gli altri nove erano stati risparmiati per eventuali ulteriori rappresaglie.
Dopo una settimana di continua tensione, la notte del 17 agosto furono trasferiti al campo di transito di Gries (Bolzano) dove rimasero fino al 4 settembre. Il tempo trascorso nel campo, anche se breve, non era facile e privo di pericoli, infatti il comandante era lo stesso responsabile del famigerato eccidio dei 70 martiri di Fossoli, quindi per un nonnulla poteva essere la fine.
Il 5 settembre, in 500 circa e stipati su una tradotta militare, passarono il Brennero e fecero sosta a Innsbruck, dove, chiedendo un pò d'acqua a dei ragazzini, per tutta risposta ricevettero una gragnuola di sassate. Durante il tragitto furono fatte diverse valutazioni di fuga, tutte bocciate da ufficiali dell'esercito, non sapendo che anche per molti di loro, quello sarebbe stato un viaggio verso la morte!
All'alba del 7 settembre il viaggio terminò; la loro destinazione era il campo di lavoro di Flossembürg, chiamato anche "campo della morte". Qui gli fu assegnato il numero di matricola 21.587 che, ad ogni appello, doveva essere ripetuto in tedesco.
Il trattamento riservato ai prigionieri era lo stesso in tutti i famigerati campi di prigionia nazisti: ore di attesa nudi per l'appello, bastonature, alla mercè di veri e propri sadici sanguinari (i temuti e odiati Kapò). Quello che Eugenio fu costretto a vivere e a vedere in quell'inferno è stato già ampiamente descritto da tanti che riuscirono a tornare; ma sentirlo raccontare da un testimone diretto, devo dire che mi impressionò molto; Con le lacrime agli occhi ricordava i mucchi di cadaveri abbandonati in tutti gli angoli, larve umane che camminavano continuamente senza motivo o alla disperata ricerca di qualsiasi cosa di commestibile, anche la comune erba fu da Eugenio considerata cibo. Il comandante del campo era un criminale comune che aveva colto l'opportunità, vestendo l'uniforme nera delle SS, di soddisfare tutti i suoi peggiori istinti di violenza e sadismo.
Ma il pensiero che consumava Eugenio era la mancanza di ogni più piccola notizia proveniente dall'Italia; il pensiero dei genitori di cui non sapeva più nulla da quel tragico 10 agosto, dei suoi compagni, della situazione in patria!
Dopo un mese, rivestiti con la tradizionale tenuta a righe furono condotti verso un treno per essere trasferiti; L'addio ai compagni Massimo e Peppino fu particolarmente duro e commovente, le ultime parole furono: "Venti giorni dopo la pace in piazza Duomo a Milano"; purtroppo a quella data solo Eugenio si presentò, Massimo e Peppino non fecero mai ritorno.
Dopo due giorni e una notte di viaggio del tutto privi di vitto e acqua, giunsero a destinazione: Kempten e a piedi fino al campo di sterminio di Dachau. Anche qui gli fu assegnato un nuovo numero di matricola : 116.335, che doveva sempre essere ripetuto agli appelli in tedesco.
Il 23 aprile, usciti dal campo per recarsi a lavorare vennero a trovarsi sotto un bombardamento alleato; ecco l'occasione di fuga, Eugenio e altri quattro compagni di sventura corsero tra i prati in cerca di un rifugio e lontano dalle guardie; stanchi, avviliti, senza una meta precisa furono sopraffatti dai dubbi: continuare o tornare indietro? Fu accettato il "fin che c'è fiato c'è speranza" e proseguirono la loro fuga. Purtroppo non riuscirono ad andare molto lontano; Una voce senza esitazione ordinò loro le "mani in alto", i due nazisti sogghignando iniziarono a picchiare violentemente i fuggiaschi con i calci dei fucili e con bastoni e questo continuò sino al rientro al campo di lavoro, tanto da far pensare a Eugenio di provocare i due tedeschi con l'intenzione di farsi sparare per farla finita.
Tornati al recinto del campo furono raggiunti da altri tre fuggitivi e in otto rimasero per circa un'ora e mezzo in piedi davanti al plotone di esecuzione in attesa di essere fucilati; la decisione doveva arrivare dal comando generale, ma con l'avvicinarsi delle truppe alleate il comandante non voleva lasciare tracce dei crimini perpetrati e i prigionieri furono di nuovo fatti rientrare all'interno del campo (Come se i mucchi di cadaveri insepolti in ogni angolo non fosse di per sè una prova evidente!)
A causa di una nuova incursione aerea, Eugenio ed altri sfortunati furono rinchiusi in un bunker sotterraneo, privo di finestre e con venti centimetri d'acqua fredda. In quel sinistro luogo rimasero per tutto il giorno e la notte seguente.
26 aprile 1945; in Italia si festeggiava la Liberazione dalla dittatura ma Eugenio non poteva saperlo; il suo solo e unico pensiero era costantemente rivolto ai genitori, in particolare alla mamma di cui non sapeva nulla dal suo arresto; come non poteva sapere dei due fonogrammi pervenuti al comandante del campo firmati dal supremo capo delle SS Einrich Himmler che ordinavano:
"14/04/1945: Quanto segue non deve essere discusso: il lager deve essere immediatamente evacuato - nessun prigioniero deve cadere nelle mani del nemico - i prigionieri sono contro la popolazione civile e devono seguire la sorte di quelli di Buchenwald"
"17/04/1945: Evacuare il lager - rimane il revier- liquidarli tutti".
La colonna uscì dal campo e marciarono per tutta la notte e il giorno successivo fermandosi per una sosta su una collina dove videro i tedeschi montare le mitragliatrici pronti a sterminare l'intera colonna.
Un razzo colorato si levò verso il cielo; era il segnale per i tedeschi di abbandonare città e dintorni, i tanto temuti, invincibili, i difensori del Reich millenario, fuggivano in cerca di salvezza e dalla giusta punizione!
La mattina del 28 aprile un rombo di motori percorse le strade del borgo; erano una lunga colonna di mezzi corazzati alleati!
Finalmente liberi!
Non possiamo nemmeno lontanamente immaginare cosa passasse nella mente di quegli uomini tanto provati da privazioni di ogni genere, torturati fisicamente e moralmente, privati di ogni dignità personale e perseguitati per le loro idee.
Ancora una volta, il primo pensiero di Eugenio fu per i genitori e per la patria.
Per un mese rimasero sotto la custodia alleata che li rifocillò quel tanto che bastava a intraprendere il viaggio verso la propria casa.
Giunto alla stazione di Bolzano, Eugenio fu circondato da parenti di sventurati come lui in cerca di notizie dei propri cari; quando disse il proprio nome, fu abbracciato da alcuni milanesi presenti e un certo signor Perego di Cernusco gli diede la terribile notizia: suo papà, Andrea, era stato fucilato il 10 agosto del 1944 in p.le Loreto!
La gioia tanto attesa del ritorno si trasformò in cupo dolore e le lacrime cominciarono a scorrere sulle guance di Eugenio.
Solo il 27 maggio ebbe il coraggio di presentarsi a casa dalla mamma vestita di nero e sentire tutto il vuoto lasciato dal padre.

La stesura di queste righe è stata possibile dalla lettura di alcune pagine del diario di Eugenio, che, poco prima della sua morte, avvenuta il 28 giugno 2000 me ne aveva fatto dono.
Negli ultimi anni di vita, il suo impegno fu quello di portare la sua drammatica esperienza nelle scuole che lo richiedevano, per far conoscere il pericolo di avvicinarsi alle dittature e a seguire idee razziste e di superiorità.
Eugenio resterà sempre nel mio cuore come grande amico e semplice eroe come lo furono le decine e decine di Vigili del Fuoco che subirono la stessa sorte e a quelli che non videro la fine di quella barbarie.

Un sentito grazie ad Andrea Esposito per aver permesso la pubblicazione di queste righe rimaste nascoste per tutti questi anni anche alla stessa famiglia.






Poesie scritte da Eugenio
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