www.museovvfmilano.it


Vai ai contenuti

Menu principale:


Il cappellano del 52° Corpo

I VVF in guerra > I pompieri di Milano tra fascismo, guerra e resistenza

IL CAPPELLANO DEL 52° CORPO.


di Giuseppe MASCHERPA









Ma La "Rosetta", al secolo don Armando Lazzaroni, fu elemento attivo e di sicuro appoggio per la corrente umanitaria che si delineò in seno al Corpo, quando, dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, a Milano cominciarono ad affluire i primi prigionieri alleati fuggiti dai campi di prigionia del Lodigiano. La casa parrocchiale in via Luini 2, l'abitazione del cappellano in via Farina 15, alla Bicocca, come le abitazioni di alcune fidate parrocchiane, furono sicuro rifugio per le persone braccate dai nazifascisti. Al loro sostentamento pensò sempre il Corpo: alcuni vigili, dal dicembre '43 all'aprile '45, per portare il rancio ai rifugiati, con vero spirito di sacrificio e con notevole pericolo personale, ogni giorno si recavano ai punti di rifugio, pur sapendo che i luoghi erano vigilati dalle SS tedesche e dai fascisti della "Muti" che sospettavano delle attività del cappellano.


L'opera era svolta con l'aiuto particolare dei brig. Trini, vig. Cavalli, capo drappello Cesare Pietranera (n. il 12/3/1888), vig. vol. Virginio Picco (n. il 5/2/1916 a Sarnico), vig. Luigi De Lorenzi (n. il 8/7/1920 a Quirino) vig. permanente Mario Martinelli (n. il 18/2/22 a Milano), e dalla figlia dell'ing. Tosi, Anna Maria in qualità di interprete data la sua conoscenza della lingua inglese.
Il Martinelli, assunto il 15 aprile 1940 e inviato presso il distaccamento di via Darwin, era un giovane diciottenne nato e cresciuto negli anni "ruggenti" del fascismo. La propaganda del regime mostrava l'Italia come un Paese dove tutto funzionava, dove la vita scorreva serena e sicura grazie alla guida del suo "duce"; anche la guerra doveva essere giusta se lo diceva "Lui"!
Entrato in contatto con la realtà del mondo lavorativo, la sua fede nel fascismo incominciò a vacillare, le sue certezze non furono più tali ed egli iniziò la sua lenta ma costante presa di coscienza; iniziò a collaborare con altri vigili antifascisti (Provera, Calderoni e Mazza) come staffetta, agente di collegamento e guida per la fuga dei prigionieri alleati fuggiti dai campi di prigionia, ebrei e agenti dell'OSS americano (Office of Strategic Services) e del SOE inglese (Special Operations Executive) paracadutati nei territori del Nord Italia. (I contatti con questi agenti risultarono, spesso, delicati; una leggera alterigia e il senso di velata superiorità tendevano ad offuscare i rapporti, anche se coscienti che i tentativi per la loro salvezza avrebbero potuto significare la cattura di patrioti italiani).
La sera del 21 settembre '44, con indosso armi, munizioni ed esplosivi, evitò miracolosamente l'arresto in p.zza Buonarroti dove agenti delle SS germaniche catturarono l'ing. Moschettini; intuito il grave pericolo, il Martinelli si diresse velocemente verso la caserma di via Sardegna dove gli fu possibile liberarsi del pericoloso carico.
Uscito dal distaccamento fu avvicinato da uomini in borghese, rivelatisi poi come agenti della famigerata "Banda Koch", caricato su una vettura con i vetri oscurati da tendine e condotto presso la sede di questo "reparto speciale di polizia": la tristemente nota "Villa Triste". Durante il viaggio, volutamente lungo, fu sottoposto a continue e brutali percosse. Giunto a destinazione trovò anche il vig. scelto Osvaldo Roveda, arrestato anche lui la stessa sera1.
Durante la detenzione si susseguirono gli interrogatori, sempre accompagnati da torture e sevizie (questo "trattamento" condizionerà la sua salute per il resto della vita) senza però che fossero rivelate informazioni utili agli aguzzini; forse per questo e con l'intento di giungere ai capi, il Martinelli e altri furono liberati una decina di giorni dopo con l'ingiunzione: "Domani mattina ve ne andrete ... Ma guai, tenetevelo bene in mente, guai se dite una sola parola di quanto avete visto e sentito quì dentro ..." 2.
Una volta libero e, ripreso il servizio, continuarono i pedinamenti da parte dei repubblichini della "Muti" (nel frattempo subentrati ai torturatori di Koch) fino a quando, per la sua incolumità fu "consigliato" dall'ing. Tosi, di chiedere il trasferimento presso qualche distaccamento di provincia; egli scelse Legnano ma, purtroppo anche quì si susseguirono i pedinamenti degli sgherri repubblichini per cui, dopo pochi mesi, chiese di tornare in servizio a Milano.
Il 29 aprile fu lui che accompagnò una troupe svizzera giunta in mattinata (si dovette rifornire, con la poca benzina disponibile la vettura degli elvetici perchè rimasta a corto di carburante) a piazzale Loreto dove furono effettuate le riprese, passate poi alla storia, dell'esposizione dei corpi di Mussolini e dei 15 gerarchi fascisti fucilati il giorno precedente a Dongo.
Nel dopoguerra fu richiesto al Martinelli di far parte degli organi preposti all'epurazione degli elementi coinvolti col fascismo ma egli declinò tale offerta non ritenendosi , a torto, all'altezza.
Tra le vicissitudini accorse, si ricorda che, ai primi di maggio del '44, l'ing. Moschettini, aderendo ad una richiesta del cappellano, si recò con una macchina del Corpo alla ricerca di un ex prigioniero inglese, che il Cavalli aveva portato alla Bicocca e che da qui era fuggito in preda al panico; dopo numerose ricerche riuscì a rintracciarlo nelle vicinanze del campo d'aviazione di Bresso e a porlo in salvo.

Don Lazzaroni fu attivo anche nella lotta; verso la fine di settembre del '44 arrivò ad ottenere dal Comandante Tosi un automezzo per potersi recare a Canzo a prendere, presso il parroco del paese, coperte e munizioni destinate ai partigiani delle brigate garibaldine "Rosselli" della Valsassina, a cui furono consegnate.

Il cappellano, prima di riuscire a fuggire oltre confine, perché ricercato, fu ospitato dall'ing. Dentella, ufficiale del Corpo, che si attivò anche con il Comandante per la liberazione di Moschettini. Quando gli uomini dell'UPI, il primo dicembre del '44, si presentarono alla caserma centrale per catturare l'ing. Setti, ufficiale di IIa classe del Corpo, ormai scoperto, il cappellano e il brig. Trini, con una vettura avuta dal Comando per mezzo dell'ing. Spasciani, riuscirono tempestivamente ad avvisare del pericolo l'interessato che potè sfuggire alla cattura. Egli, continuò l'attività patriottica fino ai giorni della Liberazione, durante i quali, assunse la funzione di Commissario Straordinario dell'ex Direzione Generale dei Servizi Antincendi.
In segno di protesta per una azione di violenza compiuta da un ufficiale inglese su inermi cittadini italiani, restituì pubblicamente i certificati di benemerenza che aveva ricevuto dalle Forze Armate Alleate.3

L'opera svolta da questi "eroi silenziosi" fece si che una settantina fra prigionieri angloamericani ed ebrei sfuggissero a una tragica e sanguinosa fine.

1) Massimiliano Griner "La banda Koch" pag. 377, 382 (Bollati Boringhieri), Milano 2000
2) Tra i reclusi a Villa Triste pag. 38 (Collana Nuove Firme), Milano 1945
3) Memorie di Sacerdoti "Ribelli per amore", pag.235 (a cura di don Giovanni Barbareschi), Milano 1986



(1) Nessuno è tenuto a fare cose impossibili.
(2) INSMLI, fondo CVL, b 123 fasc. 4, sottofasc. A





Home Page | Cenni storici | Il museo | I restauri | I VVF in guerra | Articoli e libri | Utilità | Mappa del sito


Copyright 2008-2014 © Claudio Di Francesco | info@museovvfmilano.it

Torna ai contenuti | Torna al menu