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Sullo scioglimento del Corpo

Cenni storici


Scioglimento del Corpo di Milano Novembre 1922

Nel Novembre 1922 il Corpo dei Vigili del fuoco di Milano venne sciolto, le ragioni furono ufficialmente da addebitare a molti fattori tra cui i costi elevati, la non idoneità fisica di molti dei pompieri in servizio come si può leggere dalla delibera del Comune datata 19 Novembre 1922, ma sopratutto perchè i vigili del fuoco si erano rifiutati di prestare servizio di vigilanza a teatro dove era intervenuto S. M. il Re, per uno sciopero proclamato ed effettuato dell'agosto dello stesso anno e non ultimo perchè in varie cerimonie pubbliche e private i Pompieri di Milano avevano sostituito il Tricolore con una bandiera rossa.



Articolo tratto dalla rivista della federazione tecnica "IL POMPIERE ITALIANO" del Dicembre 1922

La notizia dello scioglimento del Corpo dei Civici Pompieri di Milano ha destato in città una tale disparità di impressioni e commenti che, nei primi giorni, non ha lasciato campo a giudizi spassionati. Molti che ardono ora di patriottismo, mentre spegnevano con l’ignavia, un mese prima, le più nobili energie del paese, gustarono con aperta ostentazione la gioia feroce di aver veduto, con l’astuzia, le armi, la tracotanza, assalire e distruggere d’un colpo, come fosse un covo di malfattori, quel Corpo di Civici Pompieri che da oltre un secolo aveva formato l’orgoglio d’ogni ordine di cittadini. Moltissimi invece erano coloro, che, pur riconoscendo come provvedimento di carattere disciplinare ed economico fosse venuto a rendersi necessario per risanare il servizio dei pompieri, stigmatizzava la forma e la portata del provvedimento adottato, ritenendolo inopportuno ed ingiusto, irrito nel mondo e cieco nella sostanza. Al qual proposito un buon ambrosiano mi ricordava la favola della mosca e del leone. Dice la favola: “ Una volta un leone stava a guardia del suo padrone che dormiva all’ombra di un albero nella foresta. Egli vedeva che una mosca insistentemente si posava ora sulla fronte, ora sul naso del dormiente; e ne la cacciava di volta in volta agitando la coda chiomata. Ma poi che ciò a nulla giovava, il leone impazientito afferrò con le due zampe anteriori una grossa pietra e la gettò con tanta forza contro la mosca, che schiacciò contemporaneamente insieme, e la mosca e la testa del padrone.”
In verità la pietra del leone e il provvedimento preso per lo scioglimento del Corpo dei Pompieri di Milano hanno sortito lo stesso effetto. Chi scrive queste righe appartiene al gruppo dei moltissimi. Egli pensa che quando, attraverso le cose, si viene inevitabilmente a colpire degli uomini, in quel che hanno di più logico e sacro, cioè nel diritto di vivere, è bene guardarsi dal precipitare.
Se i Pompieri di Milano avevano dato segno di una deficiente valutazione delle proprie funzioni, perdendo il concetto che esse costituissero un vincolo incoercibile con l’interesse del bene pubblico, avevano pur tuttavia adempiuto sempre con abnegazione e sacrificio il proprio dovere davanti al pericolo contingente dei loro cittadini. Inun momento nel quale il Governo stesso considerava opportuno per la pacificazione degli animi e la restaurazione dei costumi accordare una larga amnistia, un indulto generoso anche a molti che, per questo ritorno della vita civile ad usi barbarici, si erano resi colpevoli di reati perseguiti dal codice penale, che è la legge fondamentale della difesa sociale, ben si poteva almeno, nel caso in esame, incrudelire soltanto con quelli che erano gli autori e i responsabili diretti del male cui si voleva rimediare; i quali erano noti!
Nella massa, i più erano i buoni, traviati dai falsi pastori, e convinti a seguirli dalle utilità derivate dall’opera dei tristi, sorretta e incoraggiata dal consenso di capeggiatori che forzavano per avidità politica la mano degli stessi amministratori della città. Ma erano puramente finanziarie e materiali; e per ciò formavano esse medesime un motivo di abbrutimento del personale, donde avvenne la catastrofe disciplinare, il culto dell’egoismo, l’eccesso di libertà.
D’altra parte questo era il carattere generale del vivere comune; né poteva il Corpo dei Pompieri di Milano sottrarsi all’influenza perniciosa dell’ambiente, come non hanno potuto sfuggirvi altri Corpi Pompieri di cospicue città italiane, che pur furono salvi, con opportuni accorgimenti, dall’onta della soppressione!
Tutti questi uomini – che erano funzionari di illustre città – buttati così alla deriva come naufraghi sorpresi dalla tempesta – avevano un contratto di lavoro con il Comune che loro assicurava uno stipendio per vivere onorevolmente – una famiglia che aveva per molti anni appoggiato anche il proprio avvenire sui benefici annessi ad una professione di rischio e di sacrificio continuo. Questo contratto di lavoro poteva essere – d’accordo con gli interessati – profondamente modificato – vi potevano essere rinunce a quei diritti acquisiti che si sono voluti violentemente disconoscere perché si ritenne di essere impotenti a fronteggiarli per vie legali. Si afferma che il trattamento dei Pompieri costituiva favoreggiamento in confronto agli altri dipendenti comunali. Sta bene: ma non è assolutamente speciale il servizio per la estinzione degli incendi? Il rischio, le fatiche, le responsabilità annesse alla esecuzione di questo servizio sono paragonabili alle condizioni in cui normalmente si esplicano i servizi degli altri dipendenti comunali? Un miglior trattamento in compenso di un maggior disagio era logico e naturale: certo che tale compenso doveva essere – per quanto era possibile – anche in confronto agli altri salari – equo e proporzionato. Se non c’era questa giusta misura conveniva trovarla ed applicarla, fermo il concetto che il pompiere può sempre improvvisarsi spazzino, infermiere, guardia municipale; ma non viceversa.
Ma quegli uomini, si dice pure, si erano dati a manifestazioni antinazionali e antistatali; avevano sfregiato la bandiera nazionale sostituendovi la bandiera rossa; avevano rifiutato di prestar servizio nel teatro ove doveva intervenire il Re; avevano proclamato uno sciopero, ubbidendo ad un organo politico, arbitrariamente costituitosi e sostituitosi all’Amministrazione Consumale. Basta ciò per giustificare un provvedimento grave – perfino il licenziamento – a carico dei responsabili, se fosse stato preso a tempo debito dall’Amministrazione Comunale.
Ma gli è che questi fatti erano il coronamento dell’opera e dei sentimenti cui si informava l’azione politica dei reggitori del Comune, i quali per ciò solo non potevano che tacere e tollerare, assumendo essi stessi quella responsabilità morale di cui i Pompieri sono stati più tardi le vittime designate.
Anche i rappresentanti d
elle cessate Amministrazioni socialiste del Comune di Milano hanno protestato contro coloro che fanno loro carico del disordine disciplinare nei pubblici servizi. Ma queste difese si spuntano contro il fatto dello sciopero organizzato nella Caserma dei Pompieri ed attuato senza punizioni adeguate.
Il regolamento del Corpo e la legge comunale e provinciale contengono le norme che si debbono seguire per l’applicazione delle misure disciplinari a carico del personale.
A queste norme l’Amministrazione socialista non ha voluto ricorrere per sentimentalità politica.
La violazione di queste garanzie legali e dei diritti acquisiti dal personale ha generato un cumulo di liti giudiziarie che indurranno la nuova Amministrazione a correre ai ripari, sia per il buon nome della città, sia per salvare l’economia prevista per il servizio pompieristico, la quale potrebbe essere in gran parte assorbita nel pagamento delle indennità e delle pensioni; e per risarcire i danni patiti dal personale licenziato in massa.
Circa un terzo di questo personale era incapace al lavoro per condizioni fisiche e culturali; aperta contraddizione con la necessità della soppressione del Corpo; poiché tutti coloro che si sono resi invalidi al compimento delle loro mansioni, è forzatamente giusto e incontrovertibile che debbano cessare di riceverne il pagamento; e bastava licenziarli per conseguire una considerevole economia di personale e di spesa.
Ma ciò non bastava però alla cupidigia del risparmio; il Corpo dei Pompieri sarebbe egualmente costato ancora troppo, in ragione del suo rendimento; frase e criterio ripugnanti con l’oggettivo del discorso.
Se si considera quale valore rappresenti un Corpo Pompieri per la tranquillità dei cittadini, per la salvezza delle loro vite e delle loro sostanze, per la protezione delle ricchezze artistiche, industriali e culturali pubbliche e private, sarà tosto manifesto che il suo rendimento supera il costo venale del suo mantenimento. Se si lasciasse divampare un incendio fino alla distruzione di solo alcuni stabilimenti o caseggiati, tanto per stare nei limiti di un caso facilmente comprensibile anche dai profani, si vedrebbe in poche ore determinarsi un danno di parecchi milioni.
Si griderebbe ancora che il Corpo dei Pompieri non dà un buon rendimento proporzionato alla spesa che occorre per il suo funzionamento? Il principio porterebbe all’assurdo che tutti i Corpi Pompieri dovrebbero essere sciolti. Ma il Corpo dei Pompieri civici di Milano accudiva anche ad altri numerosi servizi nell’interesse della cittadinanza, si che il suo rendimento, tradotto in moneta sonante, raggiungeva tuttavia, anche per questo, un valore materiale inestimabile. Ora la soppressione dei servizi di trasporto degli ammalati; la soppressione dei servizi di soccorso nella zona forese sono dei controsensi che in pratica si risolvono in un grave turbamento degli interessi pubblici – morali e materiali.
Se si fosse detto che il rendimento – sotto l’aspetto morale – era scarso o negativo, qui non si farebbero obbiezioni in proposito – perché il rendimento morale sta in rapporto alla cultura del personale. Ma nel decreto di scioglimento del Corpo la deficienza della cultura è indicata come causa d’incapacità nel disimpegno delle mansioni. Non è ammissibile che si abbia voluto riferirsi alla capacità professionale dei Pompieri di Milano, essendo noto in Italia e fuori che non potrebbe essere maggiore. Non è del pari ammissibile che un Corpo di Pompieri non sia composto di elemento operaio nella quasi totalità e per ciò di un personale che ha una cultura generale assai limitata.
Questa scarsa cultura intellettuale – comune alle classi del lavoro – è appunto la causa principale delle condizioni di spirito degli individui e delle collettività, per cui la disciplina è una viltà; il dovere un mito; lo studio e l’ingegno sono dei pleonasmi; l’onestà è una minchioneria.
Ciò non pertanto l’assalto improvviso alla caserma, con la immediata sostituzione degli impiegati, dei custodi, degli operai, ha trovato regolare i registri contabili, perfetto l’inventario dei magazzini, integro il macchinario, pronto il convoglio per un eventuale soccorso.
Sono mancanti tutti, alla prova, i motivi legittimi dello scioglimento del Corpo dei Pompieri – resta il fatto per se stesso nella sua crudezza, senza necessità, senza giustificazione; il pentimento verrà!
Dall’una parte come dall’altra, la prima in un tempo della più inconsci inversione dei valori umani e sociali; la seconda agli albori di una ardita rivincita delle sopite virtù della razza, si è errato applicando la formula che stà in fronte all’ultimo romanzo di Alfredo Panzini: il
padrone sono me!
Quando passata la bufera, sarà, non solo da moltissimi ma da tutti compresa quella vasta figura del Corpo provvisorio di assistenza municipale – ambigua nella forma e nella sostanza – il
Corpo dei Civici Pompieri risorgerà nel nome avito e glorioso, né rimarrà scolpito nella cronaca cittadina per la sua stessa fralezza il ricordo dell’offesa recata inutilmente nell’anima milanese sempre volta al precetto: più alto; più alto.
L’On. Finzi ammoniva bene, pochi giorni or sono, che bisogna “non reprimere, ma redimere”.

Mario Sangiorgi





Il 3 Dicembre 1922 la rivista settimanale PRO-FAMILIA pubblicava in prima pagina due foto riguardanti lo scioglimento del Corpo dei Pompieri di Milano e un brevissimo articolo all'interno che riportiamo integralmente.

Lo scioglimento del Corpo dei pompieri di Milano


Il R. Commissario del Comune di Milano, con suo decreto ha sciolto il Corpo dei Civici pompieri, sostituendo interinalmente i militi del fuoco con dei marinai specialisti. Il provvedimento è stato preso per addivenire a quella riduzione di spese che le condizioni del Comune esigono e per vari sintomi di indisciplina che si sono verificati nel Corpo dei pompieri.
Il costo del servizio pompieri presentava la maggior sproporzione in rapporto, oltre che alla capacità finanziaria del Comune, anche al rendimento effettivo del servizio; e il Corpo dei pmpieri era venuto meno alla fiducia dell'Amministrazione col sottrarsi alla sua diretta disciplina e controllo e assumendo forme pubbliche di sovversivismo in senso nettamente antinazionale ed antistatale.
Un secondo decreto del R. Commissario apriva la nuova iscrizione per la ricostituzione su basi nuove del corpo.





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